mercoledì, 01 novembre 2006

Inchiesta Letteratura/Editoria: intervista di Pasquale Giannino a Alessandro Ansuini

1.      Cosa vuol dire, oggi, essere uno scrittore?
 
Chi ambisce oggi a diventare scrittore, di quelli professionisti, che vivono solo con la scrittura, tanto per cominciare dovrebbe essere nato in America. Se così non è, fatte le debite proporzioni, in Italia nemmeno i narratori di “grido” quali attori giallisti, veline in confessione, comici televisivi, calciatori e ologrammi di ninfette riescono a sopravvivere solo con i proventi dei diritti d’autore. Quei pochi che stanno in cima, riescono a raccogliere le briciole che cadono dalla tovaglia del prezzo di copertina dei libri, che vede seduti a capotavola da una parte i distributori e dall’altra le case editrici industriali. Uno scrittore oggi non importa che sia necessariamente uno scrittore, né tantomeno bravo, l’importante è copra una fetta di mercato il più ampia possibile. Se io e lei dovessimo rispondere delle vendite di una collana che ci hanno affidato per campare, si accorgerebbe che non faremmo né più né meno di quello che fanno i personaggi che ci sono adesso, ossia cercare di portare profitti, e la letteratura di un certo tipo, per non parlare della poesia, soffrono moltissimo quest’appiattimento culturale che non accetta cose che non siano immediate, veloci, fruibili, semplici e accattivanti. Il problema poi, è più generale, composito, passa dai canali d’informazione, giornali, riviste, pubblicità, che vanno sempre più assomigliandosi, integrandosi. La televisione, oracolo di ogni famiglia, ci dice ogni giorno chi esiste e chi no, cosa succede e cosa non succede, in una maniera così selettiva e spesso soggiogata da impellenti bisogni economici, ai quali risponde anche l’editoria d’altronde, dai quali non si sfugge. L’imperativo è vendere, vendere, vendere. Tutto questo va affrontato, se si sogna di diventare i nuovi Grisham o Smith, con la testa bassa di chi sa di entrare in un tritacarne clientelare, che benedice uno su un milione.
Dal mio punto di vista, essere scrittore o poeta, è avere la pena immotivata di una pagina bianca da riempire ogni giorno. Credo che più o meno sia così per tutti, ma alcuni hanno una percezione diversa dell’essere scrittore.
 
2.      Che tipo di messaggio ritiene di trasmettere ai lettori?
 
Quando all’università studiai sociologia, la cosa che ci confessarono subito, con un esempio semplicissimo e raccapricciante, fu questa: se un oratore si rivolge ad un auditorio di dieci persone, tentando di comunicare qualcosa, ci accorgeremmo che le dieci persone hanno recepito il messaggio in dieci maniere diverse. Una storia di filtri, di ricettori distorcenti. Caustico e definitivo come un’apocalisse. La comunicazione, secondo quanto mi pare di aver capito e poi sperimentato nel corso della mia vita resta qualcosa di più vicino ad un amorevole fraintendersi, una seduzione del consenso, quindi le intenzioni pedagogiche le lascio a chi ha voglia di prendersene la briga. Io mi limito a costruire delle suggestioni, con la mia scrittura, lascio comode stanze sospese dove le persone possono prendere ciò che vogliono. Non contraddico mai un lettore che mi dice, enfaticamente, “Tu sei un genio” quanto quello che mi dice “Non ho capito nulla di quello che scrivi.” Quello è tutto un rapporto di famiglia fra lettore e libro, che non ho l’invadenza contestare. Penso invece di dare un messaggio positivo per ciò che concerne l’indipendenza della scrittura, avendo fondato una casa editrice clandestina che si autoproduce, cucendo i libri da sola, organizza readings, vi prende parte e li sollecita. Quest’anno, poi, è stato particolarmente fortunato in quanto siamo riusciti, assieme a Camera Mix, il collettivo di cui faccio parte, a crearci la possibilità di suonare in sei nazioni diverse, per l’esattezza germania, francia, olanda, croazia, repubblica ceca e austria, tutto tramite contatti internet con gallerie d’arte o locali che sempre di più si interessano alla produzione indipendente, più viva che mai nell’era del web.
 
3.            Lei pensa che l’Italia possa offrire ancora scrittori degni di tale nome?
Certamente sì, io qualcuno ne conosco.
 
4.      Gli scaffali delle librerie continuano a essere saturati da proposte insulse e banali, analogamente a quanto accade in televisione coi programmi spazzatura. Tale orientamento rispecchia davvero i gusti del pubblico?
 
Mi pare di aver già risposto a questo, certamente sì.  Ma se volgiamo parlare di poeti, per esempio, i poeti, con le librerie, non hanno nulla a che fare. È ora di sfatare questo mito della poesia che non vende più, la poesia non ha mai venduto. I suoi luoghi sono altri, deve cominciare a riappropriarsi del territorio, innanzitutto, e conquistare persone una ad una. Le possibilità che offre la tecnologia, in quello che io chiamo il medioevo tecnologico, sono ancora sviluppabili, ma già diversissime da quelle che c’erano prima dell’avvento di internet. E la poesia dovrebbe utilizzare la rete, come poi sta facendo, per tessere contatti, e il corpo dei poeti come connettore naturale fra poesia e pubblico. Imboccare le persone una ad una, dentro ai ristoranti, nei club, nelle piazze, dentro ai tabaccai e ai fornai. Tutto ciò comporta una trasformazione del poeta radicale. Esso per la prima volta ha la possibilità di entrare in contatto con il pubblico, di farsi ascoltare in luoghi fino ad ora adibiti ad altro. E spesso per fare questo utilizzail veicolo di altre arti quali la musica, il cinema, la pittura. Nessuno se ne sta accorgendo ma stiamo assistendo ad un lentissimo cambiamento che ci dirà se la specie sopravviverà o meno. C’è bisogno di movimento e iniziativa, in questo momento.
 
5.      Che spazio avrebbero, oggi, scrittori come Pavese, Calvino, Moravia, Pasolini, Gadda, Buzzati, Sciascia, Silone, Carlo e Primo Levi?
 
Si sarebbero semplicemente dovuti adattare ai tempi. Chissà, magari Calvino si sarebbe appasionato di videoart. Pasolini invece già la faceva.
 
6.            Esiste un modo differente dal compromesso per approdare alla grande industria editoriale?
 
Per approdare alla grande editoria industriale, come ho già detto, no. Il regno del compromesso ti aspetta, ti chiede di voltarti, di piegarti, e di sorridere. Non farà male, dicono loro. Esistono altre strade però, che non portano alla grande editoria industriale, ma in altre stanzette oscure e prolifiche.
 
7.      La situazione stagnante dell’editoria italiana favorisce il proliferare degli editori a pagamento. Qual è il suo parere in merito?
 
Sono delle Vanna Marchi della letteratura che si approfittano dell’ego obeso di scrttori e poeti di tutte le età. Non ci si può fare molto, a parte denunciarlo. La vanità umana tracima ogni argine. Ci saranno sempre poeti e scrittori che vogliono vedere le loro parole stampate sula carta. Come se quello fosse poi il fine di qualcosa. Come se non ci fosse comunque davanti, sempre, una pagina bianca. Sono percezioni diverse, purtroppo.
 
8.      Tanti scrittori inesperti cascano nelle grinfie di personaggi senza scrupoli, pronti a dissanguarli con promesse di servizi e promozioni che non potranno mai garantire: spesso non hanno neanche una rete distributiva. Nei casi più fortunati, l’autore ottiene delle copie che potrà rivendere ad amici e conoscenti, ma si renderà subito conto di aver buttato via i propri soldi. A volte, il libro non verrà nemmeno stampato. Molti scrittori noti ne sono a conoscenza ma, eccetto rarissimi casi (Umberto Eco ne “Il pendolo di Foucault”), preferiscono tacere. Non crede che “parlarne” sarebbe un modo efficace per arginare il fenomeno?
 
Certamente è già qualcosa. Ma non si può impedire a chicchessia di spendere mille euro per stamparsi un libro. E la madre dei poeti è sempre incinta.
 
9.      Il filosofo-matematico Bertrand Russell annovera l’invidia tra le principali cause di infelicità che affliggono l’uomo e la considera un male endemico tra colleghi. È forse questo che rende gli scrittori affermati così indifferenti?
 
Uno che pensa che scrivere i propri pensieri sia necessario o importante ha già un ego spropositato di suo. La scrittura è la sua pornografia. I complimenti la sua masturbazione. Che poi, in fondo, nessuno legge nessun altro. Sono tutti troppo impegnati a scrivere. E si parlano male a prescindere, a volte per il taglio dei capelli.
 
10.    Il problema, in verità, è più generale: una sorta di “nonnismo” diffuso nei confronti dei giovani – oggi dilagante attraverso nuove forme di sfruttamento (laureati assunti per tre mesi nei call center, contratti a progetto, etc.) – un fenomeno che riguarda non solo il mondo letterario, ma anche le professioni, il lavoro dipendente, la finanza, la ricerca (fuga dei cervelli), il giornalismo… Non pensa che i giovani potrebbero costituire una risorsa preziosa per il paese?
 

Ma lo sono già, fortunatamente. Io sono decisamente ottimista sull’humus in cui i giovani possono crescere e formarsi. Schemi non ce ne sono. È un momento che permette grande creatività. Chi si piange addosso si continuerà a piangere addosso. È solamente tempo di muoversi.

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categorie: poesia, letteratura, editoria, intervista, massmedia, articoli e interviste
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